Wearable device, cinque consigli per tutelare la privacy

iwatchI dispositivi wearable stanno entrando nelle nostre vite e presto occuperanno uno spazio in ogni fase della nostra giornata. Da quando ci svegliamo a quando andiamo al lavoro e anche a letto, senza contare vacanze e tempo libero. Negli Usa il fenomeno wearable è già diffuso e in molti sollevano il problema della tutela della privacy. I dispositivi registrano dati su come ci comportiamo, dove andiamo, quali sono i nostri gusti. Una miniera di informazioni che rischia di trasformare le industrie del settore in un Grande fratello.

Ecco allora secondo BetaNews cinque consigli per i produttori di dispositivi che dovrebbero servire ad evitare l’incubo:

I dati sono una miniera, nelle mani giuste. I wearable device raccolgono migliaia di informazioni, basta pensare a quelli dedicati al fitness che ci dicono il nostro battito cardiaco, ma anche i livelli di glicemia e di idratazione. Nella mani giuste questi dati possono aiutarci a vivere meglio, in quelle sbagliate…. le informazioni acquistano valore per l’utente solo se sono in possesso di chi può usarle.

E qui si arriva al secondo punto, secondo una ricerca Usa il 52% dei dispositivi wearable non ha una ‘privacy policy’ e il 20% trasmette dati non criptati. Questi device rischiano di diventare la porta di accesso per chi è alla ricerca di informazioni in maniera non legale.

Per prevenire ogni dissidio con i consumatori è meglio essere chiari: la trasparenza paga. Bisogna quindi spiegare in maniera cristallina come vengono gestiti i dati, a chi vengono inviati e per quale motivo.

Gli utenti dovrebbero poi avere il controllo dei propri dati. Decidere come usarli, a chi darli e anche quando cancellarli. Le informazioni sono una miniera, ma appartengono prima di tutto alle persone a cui si riferiscono.

Nel 2016 ci saranno, secondo alcune stime,  91,3 milioni di device indossabili. Il settore sta esplodendo ed è giunto il momento, dicono negli Usa, che anche i maggiori player si siedano intorno ad un tavolo per stilare un codice etico, una carta che ne regolamenti l’uso.

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