Diritto all’oblio, Google motore di ricerca o giudice?

googleGoogle l’ha fatto di nuovo, ha detto di no alla richiesta di eliminazione di alcuni link tra i suoi risultati, fatta da un privato cittadino che si era appellato al diritto all’oblio. Nello specifico il motore di ricerca aveva inizialmente accolto la richiesta dell’uomo di cancellare dalla sua indicizzazione alcuni link in cui si parlava di reati minori commessi dal richiedente dieci anni prima. Ma l’eliminazione è stata ritenuta una notizia di per sé da alcuni giornali che hanno prodotto nuovi articoli attraverso i quali si poteva risalire ai pezzi oggetto della prima richiesta di eliminazione. L’Ico, l’Information Commissioner’s Office, l’autorità inglese che si occupa della protezione dei dati personali, era allora intervenuta per chiedere una nuova eliminazione di link. Ma Google ha detto di no.

Per capire le motivazioni di Big G bisogna fare un passo indietro. Il diritto all’oblio è un diritto che fino a pochi anni fa si riferiva al giornalismo in senso stretto. Un reporter non può tirare fuori fatti accaduti nel passato se questi non hanno un interesse pubblico e si riferiscono ad un personaggio non noto. Guido Scorza l’ha definito come “il diritto a che nessuno riproponga nel presente un episodio che riguarda la nostra vita passata e che ciascuno di noi vorrebbe, per le ragioni più diverse, rimanesse semplicemente affidato alla storia”.

Nel 2014 la Corte di giustizia europea ha sancito il medesimo diritto anche su internet (sentenza Costeja) decretando che i motori di ricerca fossero obbligati a rimuovere i link a quelle notizie non più rilevanti per l’opinione pubblica e non riferibili ad un personaggio noto.

Nello specifico Google si è difeso affermando di aver rimosso dalla sua indicizzazione i link relativi al reato commesso dall’uomo, ma non ha rimosso i link agli articoli successivi perché la notizia non era più il reato, ormai obliabile, ma la notizia stessa del suo oblio. In altre parole il contenuto giornalistico degli articoli recenti non era il reato commesso da Tizio, ma la decisione di Google di eliminare i link ad esso riferiti. Dunque, sempre secondo Big G, il diritto all’oblio non è applicabile. La società potrà ora appellarsi alla General Regulatory Chamber, un tribunale indipendente britannico che ha il compito di risolvere questioni relative alla libertà di informazione.

Che le ragioni di Google siano fondate o meno rimane una questione fondamentale a cui nessuno ha ancora dato una risposta: è giusto che sia un’azienda privata, che risponde solo alle ragioni economiche dei suoi investitori, a decidere della privacy di privati cittadini? Certo, ogni domanda respinta può essere impugnata davanti ad un tribunale pubblico, ma per molti lasciare il giudizio di prima istanza a Google è già un errore.

Un commento

  1. Google ha occupato un “vuoto” regolamentandolo secondo una certa idea di Web. Baudrillard avrebbe parlato di “trasparenza del male”, ovvero di un’umanità talmente vincolata al passato ed alla “cronicizzazione del fato” da rimanerne irrimediabilmente impigliata. Di fatto, in nome di una trasparenza assoluta si va verso un tipo di umanità dove “il dato” e l’analisi del “comportamento in rete” diverranno una discriminante. Ha ragione il filosofo Pierre Lévy quando insiste sulla responsabilizzazione degli utenti; ha invece torto quando con troppo ottimismo esalta la funzione moralizzante della trasparenza. Un’umanità senza oblio è destinata a rivivere ciclicamente il passato in un ritorno spaventoso dell’identico. Trasparenza o apparenza?

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