Safe Harbor, cos’è e cosa cambia con la sentenza della Corte Ue

safe-harborSi chiama Safe Harbor (cioè “porto sicuro”) ed un accordo che consente il passaggio di dati sensibili dalle sussidiarie europee alle capogruppo statunitensi. L’accordo è del 2000, ma adesso cambia tutto. Perché una sentenza della Corte Ue, contraddicendo la Commissione, blocca il Sage Harbor perché gli Stati Uniti non sarebbero capaci di assicurare adeguata privacy ai dati personali.

In sostanza gli Stati Uniti non garantiscono i criteri del “Porto sicuro”. Quali sono? Gli individui devono essere informati sulla raccolte e l’utilizzo dei dati. Devono avere la possibilità di scegliere se e a chi trasferirli. E solo a patto che tutte le parti in causa rispettino i principi del Safe Harbor. In piena sicurezza e garantendo l’accesso degli utenti alle informazione che li riguardano.

La sentenza della Corte riguarda tutte le multinazionali del web, da Amazon a Twitter, fino a Apple, Google e Microsoft. Per tutti una soluzione possibile sarebbe quella di processare in territorio europeo i dati raccolti in territorio europeo. Una soluzione per modo di dire, perché implicherebbe un aumento notevole dei costi. Si lavorerà per scongiurare questo rischio.

E Facebook? Il social network viene toccato come gli altri. Ma la sentenza lo riguarda ancora più da vicino perché è proprio da un ricorso contro Mark Zuckerberg che nasce la vicenda. Che cosa cambia? Al momento nulla, anche perché manca un pronunciamento ulteriore, quello dell’autorità irlandese della privacy.

E poi? Se anche l’Irlanda (sede europea di Facebook) dovesse dire “no” al Safe Harbor, Facebook non interromperà comunque il servizio. Gli account europei continueranno a essere online. La sentenza ha implicazioni enormi. Talmente tanto che non toccheranno l’utente finale. A giocare la partita saranno adesso i governi europei (servirà un coordinamento continentale tra le autorità della privacy che oggi non c’è) e statunitense (che dovrà a questo punto aprire una negoziazione che vale miliardi di dollari).

Ma guai a sottovalutare la forza degli utenti. Tutto questo è arrivato a Max Schrems, uno studente che ha deciso di fare causa a Facebook. Vincendo.

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