Il futuro è la realtà virtuale. Intervista a Steven Kotler

kotlerIntelligenza artificiale, realtà virtuale, big data, crowdfunding. Steven Kotler, considerato uno dei guru del rapporto tra innovazione e società, racconta in una intervista a Life in a byte come sta cambaindo il mondo e quali sono i settori dello sviluppo tecnologico che modificheranno in maniera radicale le nostre vite.

Kotler è autore di numerosi bestsellers tra cui Abundance e Bold, in cui spiega come utilizzare le tecnologie esponenziali, il pensiero ‘in grande’ e gli strumenti condivisi per creare ricchezza per tutta l’umanità.

Kotler, qual è la tecnologia che secondo lei cambierà nei prossimi anni il nostro modo di vivere e lavorare?
“La realtà virtuale è certamente la tecnologia più promettente. La più grande migrazione della storia dell’umanità avverrà tra qualche anno, quando ci sposteremo nella realtà virtuale. È un settore da tenere d’occhio”.

Le aziende sono in possesso di quantità sempre maggiori di dati. Informazioni acquistate da terzi, ma che provengono anche dai propri fornitori, dai punti vendita, dai processi interni. Come possono gestire al meglio questi big data?
“È la stessa domanda che mi faccio io e l’unica risposta che mi sono dato è assumere data analyst. So che non è una vera risposta, ma è l’unica che riesco a dare. Deve ancora arrivare il momento in cui avremo delle interfacce user friendly per interrogare i big data”.

Una mano potrebbe arrivare dall’intelligenza artificiale?
“Certamente sì, sarà la svolta in molti ambiti. Ma l’AI non vedrà la luce per i prossimi 5-10 anni. Solo dopo ci saranno degli strumenti intelligenti di analisi dei dati. Quello che sta facendo IBM con Watson è incredibile, ma sono solo gli inizi”.

Quali sono gli altri campi di applicazione dell’AI?
“Sono rimasto sorpreso nel vedere come l’esercito Usa abbia sviluppato uno psicologo virtuale per aiutare i militari al fronte nel superare i traumi. È di fatto un software, ma è così sofisticato che riesce a percepire le micro-espressioni facciali, i toni di voce, la costruzione delle frasi per guidare i militari in percorsi terapeutici. Ha anche un nome: Elly”.

Non c’è un gap di umanità tra uomo e macchina?
“No, anzi. I marines trovano più agevole parlare con una macchina che poi non fa rapporto ai superiori. Ma pensiamo al futuro, ognuno potrebbe avere sullo smartphone un’app con uno psicologo. Non bisognerà più spendere migliaia di dollari in sedute e tutti potranno essere più felici”.

Immagino che l’analisi della voce sia una parte fondamentale di questa tecnologia.
“Ci sono ricerche incredibili sull’analisi del linguaggio, così come sulla lettura dei movimenti facciali o del linguaggio corporeo. Queste sono le nuove frontiere che avvicineranno uomo e macchina”.

In futuro interagiremo con i nostri device solo via voce. Dovremo stare attenti a quello che diremo a Siri o a Cortana?
“Quello della privacy è un tema scottante e attualissimo. Primo, perché il livello di invasività del governo nei nostri dati è troppo alto. Secondo, perché non è giusto che Google o Facebook guadagnino dai contenuti e dalle informazioni che noi produciamo. Tutto questo dovrà cambiare”.

Come?
“Nessuno lo sa. È come il muro di Berlino, tutti sapevano che non sarebbe durato ma nessuno immaginava quando sarebbe caduto e cosa ci sarebbe stato dopo”.

Come possiamo incentivare il trasferimento tecnologico dai centri di ricerca e dalle università alle imprese, specialmente le piccole e medie, che in Italia sono la maggioranza?
“Negli Stati Uniti abbiamo delle partnership pubblico-privato che funzionano molto bene. È qualcosa che fino a venti anni fa non esisteva. Inoltre credo che un grande aiuto arriverà dal mondo del crowdfunding e del crowdsourcing”.

Il crowdfunding in Italia non è mai decollato, negli Stati Uniti com’è la situazione?
“La gente ancora non si rende conto delle potenzialità di questo strumento, ma neppure delle attuali dimensioni del fenomeno. Ad oggi il crowdfunding movimenta tre volte i volumi di denaro dei venture capital. E il fenomeno è in crescita. Per chi vuole fare innovazione questa è la strada”.

Il crowdfunding ha cambiato il modo di fare businness delle aziende?
“Quello che posso dire è che molti prodotti, magari visionari, su cui una azienda non investirebbe mai possono trovare i capitali di rischio su piattaforme di crowdfunding. Questo di sicuro incentiva l’innovazione. È l’esempio di Pebble Watch. Ma attenzione, servono professionisti anche in questo campo, il crowdfunding non è più un’attività amatoriale”.

E per quanto riguarda la condivisione di conoscenza?
“Il crowdsourcing è l’altro fenomeno che si sta espandendo. Una volta se si necessitava di un esperto in un dato settore lo si doveva assumere in loco, oggi si può interagire a livello globale in maniera semplice”.

Le grandi imprese sono pronte ad innovare?
“Direi di sì, ma lo fanno lentamente e assumendosi pochi rischi, questo è il problema. Dovrebbero imparare dalle start up ad essere veloci e ambiziose nel cambiamento. In un mondo in rapida evoluzione serve velocità, non la stabilità che le grandi imprese cercano”.

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