Diritto all’oblio, non applicabile agli iscritti ad albi professionali

La prima sezione civile del tribunale di Roma ha emesso una sentenza che delinea nuovi confini per il diritto all’oblio, sancito anche dalla Carta dei diritti in internet. Secondo i giudici infatti uno dei presupposti perché una persona possa chiedere la rimozione dai motori di ricerca di un link è il fatto di non essere una persona pubblica. Elemento che, secondo il tribunale, non vale per i professionisti iscritti ad albi pubblici.

googleMa facciamo un passo indietro. Il Tribunale di Roma è stato chiamato a giudicare il caso di un avvocato il quale ha chiesto a Google di deindicizzare 14 link che rimandavano a notizie di cronaca giudiziaria in cui il professionista era coinvolto. L’avvocato ha giustificato la richiesta di rimozione spiegando di non essere mai stato condannato e che le vicende risalivano a molti anni prima e che quindi davano una immagina non più attuale della persona.

I giudici hanno valutato il caso e hanno stabilito tre condizioni perché ci si possa appellare al diritto all’oblio. Prima di tutto il fattore temporale: i dati in oggetto si riferiscono al 2013, anno giudicato “piuttosto recente”. Sono altresì fatti di “sicuro largo interesse”, in quanto si riferiscono ad una grande indagine, con decine di persone coinvolte. Terzo fattore, si riferiscono ad una persona pubblica.

Fino ad oggi si pensava che per persona pubblica si intendesse un soggetto noto per il suo ruolo politico, sportivo o nel mondo dello spettacolo. Invece, dicono i giudici, “tale ruolo pubblico non è attribuibile al solo politico, ma anche agli alti funzionari pubblici ed agli uomini d’affari (oltre che agli iscritti in albi professisonali)”.

Il tribunale ci tiene anche a sottolineare un altro punto. Nel caso in cui in un articolo siano contenute informazioni distorte o comunque non veritiere, ogni cittadino ha il diritto di chiedere la rettifica, ma al sito che ha pubblicato la notizia e  non al motore di ricerca che l’ha indicizzata.

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