Web Summit, 4 cose che mettiamo in valigia

Il Web Summit di Lisbona è uno spettacolo. Perché porta nello stesso luogo le idee del futuro e la platea a cui devono rivolgersi per funzionare: gli utenti. Avamposti digitali e pubblico. Di spunti, incontri, intuizioni ce ne sono stati decine (ne trovate un bel po’ sui nostri account Facebook, Twitter e Instagram). Engitel li porterà con sé per applicarli al lavoro di tutti i giorni, in una costante evoluzione che dura dal 1994. Ma nel bagaglio a mano ci abbiamo messo queste quattro cose.

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1 – Contenuti e tecnologia sono una cosa sola – Chi prevedeva la scomparsa dei contenuti si è dovuto ricredere. Ma è stato smentito anche chi ne ipotizzava la sopravvivenza pura. Ingegneri e analisti sono entrati nelle redazioni e i creativi sono organici alle tech company. Ci saranno meno giornalisti tradizionali ma non certo meno storie da raccontare.

Gli utenti non sopportano più la pubblicità e preferiscono storie, branded content e persino informazioni a pagamento. Purché siano interessanti. Se è vero che molti editori non riescono ancora a reggere solo con i propri canali web, è anche vero che ci sono testate (nate come) tradizionali che sembra abbiano trovato la formula gista. Forbes, ad esempio, ha affermato che l’80% delle revenue arriva dal digital. L’errore non è perseguire questa strada ma convincersi che basti la vendita di pubblicità “classica”, fatta di spazi e banner. Serve una struttura più complessa, fatta di content creation, programmatic, native advertising. Settori nei quali la tecnologia non esiste senza contenuto e il contenuto non è efficace senza tecnologia. L’uso dei big data sarà basilare, per ritagliare i contenuti in base a pubblico, mezzi, luogo di fruizione. Anche i contenuti risentono di un paradigma imposto dal mobile: va dato agli utenti quello che vogliono quando vogliono. Un’esigenza di grandi e piccole imprese, che cambia il mercato, verso un abbassamento dei costi di produzione.

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2- Try and leave model – Progettare, fare, sperimentare, cambiare direzione. Se necessario, cancellare tutto e ricominciare. Fino a che non si trova la soluzione giusta. I tempi della tecnologia non consentono lunghe progettazioni. I tanti appuntamenti del Web Summit hanno avuto tutti un denominatore comune: bando agli approcci vecchio stile. L’errore più comune è prendersi troppo tempo per sviluppare un’applicazione e poi abbandonarla (o quasi) dopo il lancio. Come se fosse un prodotto fatto e finito, una volta per tutte.

Meglio partire, per poi aggiornare i software con frequenza, per aggiustare il tiro, riparare i difetti o imboccare la direzione indicata dagli utenti. Non è una questione di maggiori risorse, ma di diversa disposizione. Occorre essere agili, snelli e veloci. Possono esserlo i giganti come i più piccoli, a patto di abbracciare un nuovo modo di pensare (ancora poco italiano ma ormai classico in californiano): “Bisogna fallire per poter avere successo”.

Mike Massimino, astronauta con nonni siciliani, ha raccontato di essere stato respinto dalla Nasa tre volte. Poi è stato ammesso al programma spaziale. E tra le stelle ci è andato. Applicato alla prassi quotidiana, significa avere coraggio, non avere paura di commettere errori e intraprendere un processo di aggiornamento continuo. Al servizio del prodotto e, ancor di più, degli utenti e dei propri clienti.

3- La network society dell’IoT – L’Internet of things non è un settore: è tutto ciò che ci circonda. È la networked society, il mondo in rete. Secondo un report di IHS, il prossimo anno i dispositivi connessi saranno circa 20 miliardi . Nel 2020 saranno 30,7 miliardi e nel 2025 75,4 miliardi. Per avere un’idea, gli smartphone attivi oggi nel mondo sono circa 2 miliardi. Da dispositivi si stanno trasformando in hub, per controllare dalle nostre mani gli altri dispositivi connessi. Anzi, parlare solo di “mani” è inesatto. Perché le tendenze indicano una marcata spinta all’interazione tra uomo e macchina, grazie all’intelligenza artificiale. Un’interazione fatta non solo di click e tap ma di gestualità e, soprattutto, voce. I limiti dell’IoT (e dell’IIoT, la sua versione industriale) sono solo quelli della fantasia. Più dispositivi, infinite declinazioni, confini tra settori sfumati. In poche parole: un mercato enorme. Va da sé che la domanda crescente e le esigenze delle imprese moltiplicheranno la necessità di sviluppatori specializzati. Secondo Wia, una startup incontrata al Web Summit che crea piattaforme in cloud per l’Internet of things, saranno 10 milioni nel 2020. Oggi sono meno della metà: 4,5 milioni.

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4- Il web è cool – Noi di Engitel ne siamo sempre stati convinti. E a Lisbona abbiamo visto trasformare le nostre certezze in pubblico e sale esaurite. Il Web Summit è nato per gli addetti ai lavori ma ha una popolarità sorprendente. È un laboratorio ma anche un happening che, dopo le prime edizioni a Dublino, è esploso in Portogallo: 53 mila presenze in tre giorni. Numeri non certo da nerd e iniziati della tecnologia. Il fondatore dell’evento, Paddy Cosgrave, ha inaugurato l’edizione del 2016 in una sala da 15 mila persone. Gremita, con tanto di ola e i display degli smartphone al posto degli accendini. Il web, come lo sport e la musica, è diventato uno dei pochi settori capace di riempire stadi e palazzetti. Al primo ministro portoghese, Antonio Costa, non è sfuggita l’analogia: “Un tempo venivo in quest’arena per ascoltare i concerti delle mie band preferite, adesso è diventata un tempio dell’innovazione”. Il web è cool. E, credeteci, vent’anni fa non era così scontato.

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