Professione influencer: perché snobbarli è un errore

Spoiler: questo non è un post contro Instagramer e Youtuber. Quindi, chi è certo (ma proprio certo) che sia solo un gruppo di ragazzini senza arte né parte, può smettere di leggere qui.

Per tutti gli altri ci sono i fatti: anche nel mondo della pubblicità ci sono i nativi digitali. Si sono costruiti un pubblico scattando foto e girando video, ma sempre più spesso muovono anche l’economia offline. Con agenzie che ne curano gli interessi, marchi che ne reclamano l’attenzione e migliaia di libri venduti. È la professione influencer. Si fonda sulla pubblicità (ma non solo) ed è un lavoro (no, non è un passatempo. E no, non è solo un affare da ragazzini).

youtube

Instagramer (nativi digitali)

Iniziamo con una distinzione. Quando parliamo di Instagramer ci riferiamo a chi ha nel proprio account la propria attività principale. Tra i profili italiani più seguiti ci sono anche showgirl (da Belen Rodriguez in giù) e sportivi (come Mario Balotelli). Poi però ci sono loro, quelli che sulla piattaforma sono cresciuti partendo dal nulla (o poco più). Come i fashion blogger Mariano Di Vaio e Chiara Ferragni. Fan dopo fan, hanno costruito un piccolo impero, con contratti di sponsorizzazione che vanno oltre i social network: Chiara Ferragni, ad esempio, è diventato il volto di Pantene. Sono solo le punte di un movimento che cresce, fatto da pochi profili milionari e tanti altri che vivono di migliaia. Le proposte dei brand iniziano a sbucare attorno ai 10 mila follower. Qualche centinaio di euro per un po’ di foto. Ma le cifre possono crescere, trasformarsi in un onesto fisso mensile. Oppure si può entrare nella rete di agenzie che coltivano talenti social. I marchi vogliono battezzare una campagna? Sborsano 20-30 mila euro, distribuiti tra gli instagramersdella scuderia. La cifra è stata data a Pagina99 da Karim De Martino. È il responsabile europeo di InstaBrand, agenzia nata a Los Angeles con gli occhi puntati su foto e hashtag. Negli Stati Uniti le cifre sono diverse, con campagne fino a 300 mila euro.

Youtuber (anche offline)

Strumento diverso, stessa logica. Gli Youtuber sono i video-nativi digitali. E attorno al loro successo si è strutturato un mondo destinato ad ampliarsi. Il caso italiano più famoso è quello di Favi (Lorenzo Ostuni), un ventenne che testa videogiochi davanti alla telecamera. Oggi ha un canale da 3,4 milioni di iscritti. Fan vuol dire visualizzazioni. Che si traducono in guadagni. Le altre star emergenti sono i Mates. Non hanno nulla a che fare con i videogiochi, ma con Favij hanno in comune un cosa: l’agenzia che ne cura gli interessi: Web Stars Channel. Il sistema funziona, tanto che anche Google (che della piattaforma video è proprietaria) promuove in giro per il mondo le YouTube Academy, corsi rivolti alle agenzie pubblicitarie (più o meno tradizionali) per sfruttare appieno le potenzialità del mezzo.

Attorno alle star di Youtube c’è un movimento che cresce perché capace (in parte) di affrancarsi dal digitale. Favij e Mates sono protagonisti di eventi che riempiono teatri. E vendo libri. Tanti libri. Il primo ha venduto 85 mila copie di “Sotto le cuffie”. I secondi, 50 mila con “Veri Amici”. Caso un po’ diverso (per percorso ed età) è quello di un altro protagonista di Web Stars Channel: Marco Montemagno. Nato nella Blogosfera e approdato agli “anta”, è riuscito a creare una community attorno ai suoi video, a metà strada tra business, digitale e life coaching. Ne è nato, anche in questo caso, un libro, inchiodato da giorni in cima alla classifica dei best seller italiani di Amazon.

Insomma: Youtuber e Instagramer fanno business. In modo indipendente o con l’aiuto di agenzie. Con i video, le foto, i libri e gli eventi. Guadagnano, quando sono capaci di crearsi una community che nessuno gli regala. Non vi spiegate il loro successo? Un prodotto non segue necessariamente la logica ma viene spinto da un’alchimia che mescola qualità, promozione, moda, fortuna, tempismo, carisma. Ma questo vale anche offline. Quindi, perché storcere il naso?

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