10 motivi per avere una buona content strategy

Anche lo IAB sancisce la centralità dei contenuti. Nel seminar “Content Strategy: From Advertisers to Media Companies”, le conferme hanno preso la forma dei numeri. Eccone dieci a proposito di native advertising, engagement, video e millennials.

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1 – Crescita del 45% in due anni

Si prevede che il mercato del branded entertainment italiano possa fatturare nel 2017 350 milioni di euro. La crescita sfiora il 17% rispetto ai 300 milioni del 2016. Ed è del 45% superiore rispetto al 2015, quando ammontava a 240 milioni. Lo afferma una ricerca dell’Osservatorio Branded Entertainment (Obe).

2 – I progetti aumentano

Nonostante una crescita del 45%, il mercato non è saturo. Il 49% degli intervistati dall’Obe sostiene che, nei prossimi tre anni, gli investimenti in branded entertainment aumenteranno “certamente”.

3 – Pochi secondi di attenzione

Gli utenti concedono ai contenuti pochi secondi. In media 7. Erano 10 nel 2000. Sui social, i tempi sono ancora più stretti: gli utenti di Facebook concedono 3 secondi. E su YouTube l’80% degli annunci viene saltato. Lo afferma una ricerca di Ipsos Italia, Oxford University e Branded Content Market Association. Ma niente paura…continuate a leggere.

4 – ROI più elevato

I numeri confermano ciò che, intuitivamente, tutti percepiscono: la comunicazione online è rapida, infedele, evanescente. Aggettivi che valgono sia per l’advertising classico che nel content marketing. In entrambi i casi, occorre catturare l’attenzione in un attimo, senza però sacrificare l’attendibilità in favore dell’attrattività. La differenza, dunque, non sta nella barriera (quella c’è sempre) ma nella risposta degli utenti. Quando si superano i muri dell’attenzione, però, il branded content riesce a generare un ROI più elevato.

 

5 – Unità dedicate

Il branded entertainment è diventato così importante da spingere un’azienda su quattro a creare una unità dedicata. Nel 27% dei casi, i progetti sono sotto la supervisione della direzione creativa. Altra conferma: il branded entertainment non è più il nuovo arrivato (a volte guardato con sospetto) ma è entrato a far parte della famiglia.

6 – Le tipologie di contenuto

Quali sono i contenuti più gettonati? Anche in questo caso, i numeri confermano una tendenza ben visibile: oltre la metà dei progetti realizzati (il 54,5%) coinvolge la produzione di video online.

7 – I settori

All’interno di un trend in crescita, si distinguono alcuni settori. Quelli che corrono di più sono alimentare, automotive e tecnologia. Decelerano invece beverage e abbigliamento.

8 – A cosa serve il branded content

I progetti realizzati mirano nel 56% dei casi a comunicare identità e valori di marca. Nel 51% a offrire un’alternativa alla pubblicità classica. Seguono il desiderio di entrare in contatto con i propri clienti (47%), la necessità di costruire awareness (44%) e quella di intrattenere il consumatore (35%). Come si nota, la somma delle percentuali non è 100. Perché, al di là della strategia da definire (sempre), un progetto di branded content non ha mai un solo obiettivo.

9 – L’efficacia del native advertising

Il native advertising ha una maggiore crescita dell’awareness spontanea rispetto alle campagne display tradizionali (66% contro 64%). Un numero dedicato a chi resta convinto che il native non sia un  investimento: l’intenzione di acquisto degli utenti è del 63% (contro il 60%). Lo afferma una ricerca di Nielsen presentata da Lorenzo Facchinotti.

10 – Il native piace ai millennials

Spesso si dice che i millennials sfuggano ai canali e ai format classici. Come raggiungerli? Il native sembra essere uno strumento particolarmente apprezzato dalla fascia d’età 18-44 (che quindi include e va oltre i millennials) perché meno invasivo dell’asvertising tradizionale.

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