Cosa dice la legge di Varian e perché c’entra con internet

Il nostro avvenire è racchiuso nella legge di Varian. Dice che “per capire il futuro bisogna guardare a ciò che pochi (le persone più ricche e le imprese più innovative) già hanno e immaginare che sarà in possesso della classe media entro 10 anni e di tutto il mondo nell’arco di 20”. La legge prende il nome da chi ha formulato la frase: Hal Varian, chief economist di Google. Anche se a battezzarla per primo come “the Varian Rule” è stato Andrew McAfee in un articolo comparso nel 2015 sul Financial Times.

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Della legge di Varian ha parlato più volte l’amministratore delegato di Google Italia, Fabio Vaccarono. Lo ha fatto ad aprile, durante il #SUM01, evento organizzato dall’associazione Gianroberto Casaleggio. Ed è tornato sull’argomento nel corso di “Think Digital – Guidelines for the future” di The European House Ambrosetti e GroupM. Ma quali sono le implicazioni della legge di Varian? E perché non è concepibile senza internet?

Primo: niente fantascienza. Il futuro si disegna osservando con uno sguardo pragmatico su quello che già è in circolazione. Non significa che innovazioni oggi lontane non si concretizzeranno. Vuol dire però che la comprensione del futuro, piuttosto che passare dalle auto volanti, passa soprattutto da qualcosa che, già oggi, inizia a suonare familiare: big data, realtà virtuale, smartphone e banda larga.

Si dirà: una legge, per essere tale, ha bisogno di prove e conferme. Eccole: fino al 2007 (anno del lancio del primo iPhone) lo smartphone era un oggetto che oscillava tra l’inimmaginabile e l’irraggiungibile. Era un oggetto per ricchi (o quantomeno per benestanti). Oggi bastano poche decine di euro per avere in tasca un dispositivo molto più sofisticato di quel primo esemplare. Un’altra prova? “Per vedere la legge di Varian in azione – dice Vaccarono – basta guardare al car sharing”. L’idea non è nuovissima: in alcune città è stata sperimentata già un decennio fa. Poi sono arrivati smartphone, app, cloud. E il processo di ricerca, prenotazione e pagamento è diventato così semplice da aver reso il servizio diffuso e popolare.

Altri esempi? Chi legge questo post vive già in un ambiente digitalizzato. Ma, tutto sommato, solo 3 miliardi di persone al mondo hanno accesso alla rete. Saranno 6 miliardi nel 2020. Una proiezione fondamentale. Perché, secondo Vaccarono, internet non è solo uno strumento ma è “l’elemento abilitante della legge di Varian”. Cioè quella in grado di accelerare il mondo, grazie alla capacità di far interagire, combinare e rendere universali tecnologie diverse”.

Se il futuro è dare a chiunque quello che oggi è accessibile a pochi, allora diventa centrale – sottolinea ancora l’Ad di Google Italia – il concetto di “digital potential”. È l’espressione con cui McKinsey valuta (in percentuale) l’adozione delle innovazioni già esistenti. L’Italia sfrutta il 10% del proprio potenziale digitale. Poco? Sì, poco. Ma anche i primi delle classe, gli Stati Uniti, arrivano appena al 18%. Più di ottanta punti percentuali di valore (novanta per l’Italia) che è lì, pronto per essere sviluppato. Cosa succederebbe se venisse sfruttato? Cosa succederebbe, ad esempio, se tutte le imprese italiane vendessero online all’estero? Oggi lo fa solo una su dieci. Cosa succederà quando le Pmi massimizzeranno l’efficienza e minimizzeranno gli sprechi grazie a machine learning e big data?

“Prima di chiederci se in futuro ci saranno astronavi o città sottomarine – afferma Vaccarono – domandiamoci come sarà il mondo quando il potenziale digitale delle principali economie sarà prossimo al 100%”.

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