Digitale in Italia: due buone e due cattive notizie

Il report di Assinform “Il Digitale in Italia” ha scattato, come ogni anno, una fotografia del  settore. Lo studio è ricco di dati, ma emergono soprattutto due notizie buone e due cattive. La prima (bella): dopo qualche anno di calo e uno di progresso stentato, nel 2016 il digitale italiano è tornato a crescere: +1,8%, per arrivare a un valore complessivo di 66,1 miliardi di euro. Al progresso hanno contribuito un po’ tutti i comparti, fatta eccezione per le Tlc. Per il resto, solo segno più: Servizi ICT a 10.631,6 milioni di euro (+2,5%), Software e Soluzioni ICT a 6.259 milioni di euro (+4,8%), Dispositivi e Sistemi a 17.230 milioni di euro (+1,4%), Contenuti Digitali e Digital Advertising a 9.622 milioni di euro (+7,2%).

digitale

Adesso che si è rialzato, l’italdigitale inizierà a correre. E invece no (e qui arriva la prima brutta notizia): nei triennio 2017-2019, la crescita media sarà del 2,6%: +2,3% nel 2017, +2,6% nel 2018 e +2,9% nel 2019. Si dirà: beh, non è poi così male. Vero, soprattutto se si è abituati ai numeri decimali del Pil italiano. Il problema, però, è che l’Italia parte da una posizione di grave ritardo (secondo il Digital Economy and Society Index siamo quartultimi in Europa). Non basta quindi andare avanti: serve correre, veloce, per colmare il gap con gli altri Paesi. Secondo Elio Catania, presidente di Confindustria digitale, “le imprese hanno iniziato a capire l’importanza dell’innovazione, ma siamo solo agli inizi. Dobbiamo puntare a un raddoppio degli investimenti nei prossimi cinque anni”.

Più investimenti digitali significano sviluppo delle imprese e posti di lavoro. Ma in un’Italia con la disoccupazione giovanile oltre il 30%, si ripropone un paradosso digitale: c’è fame (già ora, immaginate se si iniziasse a investire sul serio) di competenze che non si trovano. Ecco l’altra buona e l’altra cattiva notizia: per il 2016-2018 è stimato un fabbisogno di 85 mila nuovi specialisti, 65 mila dei quali al primo impiego. Bene. Peccato che questo fabbisogno, dice il report, sarà soddisfatto solo in parte. Tradotto: non ci sono persone con sufficienti competenze. E così le imprese vanno in cerca di chi ancora non c’è. Soprattutto di Data Scientist, Business Analyst, Project Manager e Security Analyst.

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