E-commerce, per la prima volta i prodotti superano i servizi

L’e-commerce in Italia cresce. Partendo in ritardo e con vulumi ancora contenuti, il segno più è ormai una costante. Nel 2017, la spesa degli italiani online varrà 23,6 miliardi di euro, con un incremento del 17% rispetto al 2016. Una buona notizia, certo. Ma la novità, certificata dall’Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano e da Netcomm, è un’altra: per la prima volta nel nostro Paese la spesa per prodotti (12,2 miliardi e un progresso del 28%) ha superato quella per i servizi (11,4 miliardi e +7%).

ecommerce.pngLe corsa più veloce dei primi aveva reso il sorpasso solo una questione di tempo. Ma l’avvicendamento è un momento da sottolineare. Perché? I servizi, cioè ad esempio l’acquisto online di un volo aereo o la prenotazione di un hotel, sono da tempo una consuetudine. Lo testimonia il fatto che il settore “turismo” vale 9,2 miliardi. Cioè quasi il 40% del totale. L’acquisto di prodotti, dai dispositivi informatici all’abbigliamento fino alla spesa, è stato invece più lento. Sia per le remore degli utenti sia per quella dei venditori, che ancora troppo spesso non si dotano di un canale di vendita online (che non significa solo una piattaforma digitale ma anche un nuovo sistema di logistica e distribuzione). Queste remore però sembrano iniziare a cedere.

Il sorpasso dei prodotti ai servizi significa proprio questo: il canale (anzi, l’ecosistema) è in via di maturazione. E gli italiani si fidano sempre di più: acquistano cose che si indossano, si usano, si mangiano. La strada è ancora lunga: l’e-commerce vale ancora solo il 5,7% degli acquisti retail. Ma i passi avanti ci sono. Gli acquisti di abiti sono cresciti del 28%, quelli di arredamento del 31%. Ma è il comparto “food&grocery” (cioè la spesa al supermercato e le ordinazioni di cibo a domicilio) che fa il salto più lungo: +43%, anche se con volumi ancora contenuti (849 milioni di euro).

Restano margini di crescita enormi. Lo conferma soprattutto un dato: Ogni 100 euro spesi online, 60 sono incassati da società che operano e vendono solo online. Le imprese “tradizionali” (che poi, cosa vuol dire tradizionali?) si spartiscono gli altri 40 euro. Normale? Non proprio. È vero che le grandi piattaforme attraggono buona parte degli acquisti. Ma pensate al numero di attività nate offline: sono molte (ma molte) di più rispetto a quelle “dot-com”. E ancora non stanno sfruttando l’e-commerce come dovrebbero.

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