A che punto è il digitale italiano? 10 dati per capirlo

In questi giorni sono stati pubblicate due ricerche che aiutano a capire a che punto è l’innovazione nel nostro Paese. Il primo, mirato a capire l’impatto dell’economia digitale, è stato presentato nel corso dello Iab Forum ed è stato prodotto da Iab Italia e EY. Il secondo è invece firmato da Anitec-Assinform e si è concentrato sul settore IT. Il perimetro delle ricerche è diverso. Ma entrambe dicono la stessa cosa: il digitale non è più solo un settore ma un propulsore dell’economia italiana.

digital

Il digitale vale quanto l’automotive – Secondo IAB Italia e EY, il digitale italiano vale 58 miliardi di euro e impiega 253mila persone. A livello economico, è più o meno lo stesso impatto di un settore portante del made in Italy come quello automobilistico. Se si allarga l’orizzonte alle ricadute che le attività digitali hanno sull’economia reale in termini di aumento dei consumi e investimenti, il valore sale a 80 miliardi e gli occupati a 600mila. Cioè poco meno di un altro comparto strategico come quello energetico.

L’IT pesa per il 3,7% del Pil – Secondo Anitec-Assinform , il settore IT vale il 3,7% del Pil. Purtroppo, però, ci sono differenze territoriali notevoli. A un Mezzogiorno in ritardo si contrappongono Lazio, Lombardia e Piemonte, dove il contributo al prodotto interno lordo regionale supera già il 4%.

Crescita: +9% – Oltre ai numeri assoluti, colpiscono quelli sulla crescita. Nell’ultimo anno, scrivono IAB Italia e EY, il giro d’affari è aumentato del 9% e l’occupazione del 15%. Inutile dire che si tratta di progressi enormemente maggiori rispetto a quelli del sistema Paese. L’occupazione è cresciuta più dei fatturati perché, sottolinea il rapporto, “il processo di digitalizzazione delle competenze è più veloce e leggermente anticipato rispetto a quello dei ricavi”. Tradotto: il meglio deve ancora venire.

2017: crescita per 3 imprese su 4  

Che il meglio debba ancora arrivare lo conferma anche l’ottimismo delle imprese IT. Secondo l’indagine Anitec-Assinform, il 78% delle imprese del comparto prevede di chiudere il 2017 in crescita. E in molti casi anche in modo sostenuto: un’azienda su quattro stima un progresso superiore al 5%.

Lavoro: +33mila addetti – Il digitale dimostra una grande capacità di creare lavoro. Secondo Iab e EY, il settore (chiamiamolo settore, per praticità, anche se ormai non lo è più) ha generato 33mila posti di lavoro (intesi come saldo positivo tra persi e creati). Ed è la base su cui si sta costruendo l’aumento dei fatturati futuro.

Ogni euro investito 25 di indotto – Messaggio per chi sia ancora convinto che la digitalizzazione sia un costo e non un investimento. La ricerca afferma che, per ogni euro puntato sul digitale, se ne generano 25 di indotto. Che non ricadono solo sul comparto ma entrano in circolo anche in altri settori, rafforzando l’economia del Paese e spingendo l’occupazione.

Produttività: +40% – Alle imprese italiane si rimprovera spesso un difetto di produttività. Non è un problema che riguarda l’IT: la produttività del lavoro per addetto è superiore del 40% rispetto al dato medio del Paese.

Il 90% dei contratti a tempo indeterminato – Chi l’ha detto che le imprese dell’IT preferiscono contratti atipici? Le modalità di lavoro sono sempre più variegate, ma la stabilità è elevata: il 90% degli addetti nel settore ha un contratto a tempo indeterminato (la media nazionale è di 8 su 10).

Laureato 1 su 4 – I lavoratori del settore IT, afferma la ricerca Anitec-Assinform, si addensano nella fascia 30-49 anni. Anche se resta complicato rintracciare lavoratori con le giuste competenze, il personale è già oggi molto più istruito rispetto alla media della popolazione: un addetto su 4 è laureato (si sale a 1 su 3 nel software). La media dell’economia italiana si ferma all’8%.

I freni al settore IT – I nove dati precedenti testimoniano i passi avanti. Ma l’IT in Italia ha ancora bisogno di crescere (molto). Quali sono i principali freni? Le imprese intervistate da Anitec-Assinform indicano prima di tutto la qualità delle connessioni (25,3%). Seguono la bassa innovatività della domanda (23,7%), la difficoltà di accedere a incentivazioni (12,8%), la carenza di competenze e di supporto dei sistemi locali e le condizioni capestro imposte dalla clientela.

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