Cinque parole per capire il fintech (in Italia e non solo)

Il digitale avanza ma la filiale tiene. Le abitudini dei millennial stanno prendendo spazio e, tra startup, banche e giganti tecnologici, la concorrenza si moltiplica. È la fotografia scattata dal report dell’Osservatorio Fintech & Digital Finance del Politecnico di Milano. Abbiamo scelto cinque parole che lo sintetizzano.

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Filiale – Ma come, si parla di fintech e si inizia dalla filiale? Sì, perché a furia di parlare di startup e mobile banking si rischia di dimenticare che gran parte degli istituti lavoro soprattutto allo sportello. Certo, il digitale cresce e neppure il più incallito bancario analogico potrebbe ipotizzare un’inversione di tendenza: il 38% dei clienti usa il pc per interagire con la propria banca (+5% rispetto al 2016). Gli utenti mobile sono il 15% (erano il 9% lo scorso anno). Le banche che hanno investito sulla digitalizzazione stanno raccogliendo i frutti: le migliori della classe arrivano al 47% di clienti attivi da pc e il 30% da smartphone e tablet. Colpisce però che solo una filiale su cinque sia dotata di sistemi evoluti che sostituiscano lo sportello. E anche i servizi alla Pmi fanno fatica a uscire dagli schemi tradizionali.

Millennial – I millennial sono ormai adulti, hanno un conto corrente, investono. E le loro abitudini sono una spinta decisiva al cambiamento. Se il 16% degli italiani ha utilizzato almeno un servizio Fintech nel corso del 2017, la quota raddoppia per la generazione nata a cavallo del millennio e tocca il 43% tra i millennial più istruiti. Il loro mondo è sempre più complesso: la loro idea di fintech non passa solo dalla consultazione del conto online ma da mobile payment, strong authentication, pagamenti p2p, chatbot, crowdfunding e robot-advisor.

Robo-Advisor – Eccola l’altra parola d’ordine. È l’intelligenza artificiale che mastica dati per avere una migliore capacità predittiva e investire di conseguenza. L’universo dei robo-advisor è in grande movimento: ci sono startup indipendenti già cresciute, altre più piccole che puntano sulla collaborazione con le banche, istituti bancari (grandi) che preferiscono lo sviluppo di soluzioni interne o l’acquisizione di società innovative. Per rimanere in tema di intelligenza artificiale, sono sempre più diffusi anche i chatbot: software che accolgono i clienti e, in alcuni casi, li accompagnano verso l’investimento. Come in una filiale aperta 24 ore su 24.

Concorrenza – Tutto si può dire dello scenario fintech, tranne che non sia sfidante. Per tutti. E la concorrenza è triplice: c’è l’insidia delle startup, quella dei competitor diretti del proprio settore e l’arrivo di grandi gruppi provenienti da altri comparti e piombati in quello finanziario. Le startup fintech sono state la classica scheggia che, se non gestita, può crepare il parabrezza dell’auto. Le giovani imprese hanno attirato 25,7 miliardi di dollari di investimenti tra il 2014 e il 2017. Possono essere una minaccia ma anche una risorsa. Oltre alla concorrenza tra le banche, c’è poi l’arrivo delle “big tech”. L’Osservatorio ha censito 51 grandi imprese internazionali nate altrove e arrivate nel campo delle banche. Per giocare la stessa partita.

Blockchain – In questi giorni di nuovi record, si parla di bitcoin anche al bar. Eppure la più grande rivoluzione della criptovaluta deve ancora mostrare tutte le sue potenzialità: è la blockchain, il database distribuito dal quale nascono e su cui si muovono i bitcoin. È un sistema sicuro, rapido, economico. Tre caratteristiche che servono alle banche come il pane. Ecco perché, sui 187 progetti sperimentali individuati dall’Osservatorio in un anno e mezzo, il 67% è promosso da istituti finanziari. Per farci cosa? Prima di tutto pagamenti interbancari, per trasferire denaro da banca a banca in modo istantaneo. Poi per creare piattaforme di scambio azionario, per certificare e gestire documenti, tracciare le operazioni. E ancora: per creare processi sicuri di identificazione dei clienti e per amministrare il voto nelle assemblee degli azionisti.

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