È davvero il momento di mandare in pensione il JPEG?

Il JPEG va in pensione. Sarà la volta buona o è il ritorno di una leggenda metropolitana dura a morire? Partiamo dai fatti. La Alliance for Open Media sta sviluppando uno standard di compressione alternativo, che avrebbe almeno due vantaggi: sarebbe più leggero e permetterebbe di perdere meno informazioni. Con il risultato di avere immagini più nitide e colori più realistici.

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La volontà di sostituire il formato JPEG non è certo nuova: è un argomento carsico, che di tanto in tanto riemerge. Dire che l’Alliance for Open Media possa raggiungere l’obiettivo a breve è una bufala (come la stessa organizzazione ha sottolineato). Per quanto alcuni limiti del JPEG siano evidenti, trovare un sostituto non è affatto semplice. Non è solo questione di pregio tecnico: di mezzo ci sono interessi divergenti che configgono con la necessità di avere, se non l’unanimità, quantomeno una larga condivisione. Quindi niente rivoluzioni a breve. Guardando al medio-lungo periodo, però, le cose sono diverse. Ecco quali sono i pro e i contro.

I pro: esigenze e forze in campo

Spingono in direzione del rinnovamento alcune caratteristiche del JPEG: dimensioni del file, ma soprattutto la mancanza di supporto per toni molto brillanti o molto scuri. In un web fatto sempre più di immagini (realistiche e immersive), ampliare lo spettro è una necessità. E poi c’è un tema di duttilità, che tra panoramiche e 3D non è secondario. Il formato della Alliance for Open Media stima una riduzione del peso del 15% rispetto all’HEIC di Apple (a sua volta più leggero del 50% rispetto al JPEG). Il taglio complessivo alla “bilancia” del file si avvicina quindi al 60%. E poi ci sarebbe una qualità superiore, come mostra un test diffuso online. Si tratta di un formato figlio della tecnologia di compressione video AV1, priva di licenza e quindi più semplice da adottare e diffondere. Come già detto in precedenza, l’idea di superare il JPEG non è nuova. Adesso però ci sono alcune condizioni che la sostengono. La prima: l’evoluzione visiva di format, software e dispositivi rappresenta un elemento di pressione. In altre parole: se fino a oggi il JPEG è stato sufficiente per la tecnologia esistente, presto potrebbe non bastare più. E poi c’è l’impegno di un gruppo (Alliance for Open Media) che non rappresenta gli ultimi arrivati ma le più grandi compagnie tecnologiche del mondo, su un fronte che va dal software all’hardware: Google, Apple, Microsoft, Facebook, Nvidia, Mozilla, AMD, Amazon, Intel.

I contro: condivisione e sviluppo

Anche se i grandi nomi ci sono tutti, non è detto che riescano a mettersi d’accordo. Come si comporterà, ad esempio, Apple? Pur essendo entrata da poco nell’organizzazione, ha già provato (in solitudine) ad andare oltre il JPEG. La Mela ha lanciato, lo scorso anno, HEIC. In un certo senso racchiude i temi della questione: da un lato è molto più leggero rispetto al JPEG; dall’altro ha notevoli barriere alla condivisione. Prima di tutto perché è protetto da licenza. Il suo sviluppo e la sua diffusione richiederebbero quindi somme elevate e sarebbe più complicato. E poi è un formato non ancora supportato dalla maggior parte degli hardware e dei software (i cui produttori non fanno i salti di gioia). Serve quindi, oltre al progresso tecnologico, una convergenza d’interessi che non sarà semplice trovare. Meglio allora tenersi un formato condiviso (nonostante i limiti) che rischiare di sbilanciare li punto di equilibrio attuale. La strada che il nuovo formato dovrà fare, quindi, è ancora lunga. Basti dire che non ha ancora neppure un nome. Se avvicendamento sarà, s’intravede appena all’orizzonte. Il JPEG è morto, lunga vita al JPEG.

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