Google ha le sue Storie: chi ci perde e chi ci guadagna

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A ognuno le sue Storie. La loro paternità è certa: le ha inventate Snapchat. Brevi contenuti, foto o video che nel tempo si sono arricchiti di adesivi, maschere, disegni ed emoji. Qualche ora per vederli e poi scompaiono. L’idea è piaciuta talmente tanto che Mark Zuckerberg (piccato perché un ventenne, pochi anni prima, aveva rifiutato di farsi acquisire) copia in blocco le Storie e le piazza su Instagram e Facebook. Sono identiche ma, grazie alla platea dei due social, hanno ancora più successo delle originali (che nel frattempo, vista la concorrenza, iniziano a soffrire). Adesso, come se non ci fosse già abbastanza traffico, arriva il terzo contendente: Google. La società ha lanciato le “Amp Stories”. Anche in questo caso, le somiglianze stilistiche con i predecessori sono molte: le Amp Stories sono un formato in cui brevi testi e immagini si fondono per raccontare qualcosa. Dal punto di vista tecnico, la differenza è in quelle tre lettere: Amp, cioè “Accelereted mobile pages”, uno standard (già utilizzato per gli articoli tradizionali) leggero che permette di visualizzare i contenuti sullo smartphone in modo più rapido.

Ma cosa cambia adesso che anche Google ha le sue Storie? Per quanto visto fino a ora, l’idea non è solo “social”: Big G si rivolge agli editori e li invita a usare questo formato. Non sembra quindi esserci una totale sovrapposizione con il pubblico di Facebook, Instagram e Snapchat. E non si sa se Google opterà per contenuti a scomparsa o persistenti. Dalla sua, Mountain View ha il suo più grande patrimonio: il motore di ricerca. Quando si cercherà il nome dell’editore (per ora, tra gli altri, ci sono Cnn, WashingtonPost e Vox), le Amp Stories compariranno, in un carosello, tra i risultati (come avviene adesso per le notizie). Sarà così sempre o solo nell’attuale fase di test? In altre parole: se le Storie compariranno solo quando si cerca il nome dell’editore avranno probabilmente una diffusione tutto sommato limitata. Tutt’altro impatto potrebbero avere se dovessero comparire (quando disponibili) per tutte le chiavi di ricerca. E se dovessero avere delle proprie sezioni, come le News. Ma con l’arrivo delle Amp Stories, chi ci perde e chi ci guadagna?

Chi ci perde

Vista la diffusione potenziale, a rimetterci potrebbe essere soprattutto Facebook. Prima di tutto perché è il leader del settore. E ha quindi solo da perdere. Fino a ora si è scontrato con un concorrente (Snapchat) enormemente più piccolo. Google è un’altra cosa. E poi c’è un altro motivo: la decisione di Facebook di cambiare l’algoritmo per favorire i contatti “umani” e penalizzare le pagine non è andata giù agli editori, che si stanno guardando intorno per trovare una soluzione. Proprio mentre Google offre una nuova chance di visibilità, in un formato agile e immediato che potrebbe attirare i più giovani.

Chi (forse) ci guadagna 

Ecco allora che a guadagnarci potrebbero essere proprio gli editori. Con il traffico organico da Facebook in deciso calo, servono nuovi alleati. Uno è Twitter, che negli ultimi mesi ha aumentato l’engagement e portato più traffico sui siti dei giornali: secondo una ricerca di SocialFlow, negli ultimi tre mesi i clic medi su ogni post Facebook degli editori sono calati da 470 a 400, mentre quelli per ogni tweet sono passati da 100 a 160. E Snapchat? Gli effetti delle Amp Stories potrebbero essere senza vie di mezzo: o molto positivi o disastrosi. Su Snapchat ci sono già molti editori, che però usano l’app più che altro come presidio che come fonte di traffico. Questi potrebbero migrare su Big G, le cui potenzialità come canale di accesso ai siti sono maggiori. Il social di Evan Spiegel allora è spacciato? Non è detto. Nel medio periodo, le Storie di Google potrebbero rendere il formato più familiare, soprattutto a un pubblico meno giovane che si avvicina con difficoltà a Snapchat. Un pubblico che Spiegel sta cercando di raggiungere con il restyling dell’applicazione e con la possibilità (introdotta da pochi giorni) di condividere le Storie anche fuori dall’app (per renderle visibili anche a chi non ha un account). La fine delle Storie è ancora da scrivere.

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