Tim Berners-Lee vuole riportare il web alle sue radici democratiche

In un’intervista esclusiva pubblicata su Vanity Fair, che qui riportiamo, spiega i motivi di rammarico e i progetti – rivoluzionari – per il futuro.

Tim Berners-Lee_How the web was lost

Siamo alla fine degli anni ’80, quando Tim Berners-Lee rinnova l’oscura piattaforma del Pentagono – chiamata Internet – per aiutare gli scienziati del CERN a scambiarsi dati.
Da lì alla nascita del World Wide Web il passo è breve: il codice sorgente è messo a disposizione di tutti – gratuitamente – e la soluzione, inizialmente riservata a una comunità ristretta, diventa una piattaforma democratica e aperta a tutti.
Una scelta che è valsa a Tim l’appellativo di “Martin Luther King dell’era digitale”.

Ma i tempi sono cambiati e oggi il suo fondatore è impegnato a difendere il web, per come l’aveva immaginato.
Consapevole che avrebbe cambiato radicalmente i governi, le modalità di fare business e la società, Tim Berners-Lee sapeva anche che la sua invenzione, nelle mani sbagliate, sarebbe stata dannosa.
E il suo timore si è trasformato in realtà quando gli hacker russi hanno interferito con i risultati delle elezioni presidenziali negli USA, o quando Facebook ha ammesso di avere ceduto i dati personali di 80 milioni di utenti alla società di consulenza Cambridge Analytica, impegnata nella campagna elettorale di Donald Trump.

È evidente che il web ha fallito come strumento democratico a servizio degli uomini – spiega Tim Berners-Lee alla giornalista di Vanity Fair.
Anzi, la crescente centralizzazione del web nelle mani di pochi ha portato a risultati che vanno nella direzione esattamente opposta.

All’inizio il web era veramente libero, aperto e non controllato da alcun gruppo o azienda.

Eravamo nella prima fase di quello che Internet poteva fare – spiega a Vanity Fair Brewster Kahle, un pioniere di Internet che nel 1996 ha contribuito alla creazione di Alexa.
Tim e Vinton Cerf avevano creato un sistema dove potevano coesistere più attori, senza che nessuno avesse il sopravvento sull’altro. Lo spirto che animava il progetto era completamente decentralizzato. E a trarne il maggior vantaggio erano le singole persone. Tutto era basato sul fatto che non c’era alcuna autorità centrale a cui chiedere permesso. L’empowerment che ne derivava è qualcosa che abbiamo perso.

Ma la forza originaria del web non ci è stata rubata. Tutti noi l’abbiamo indebolita a ogni consenso che abbiamo accettato e con ogni momento privato che abbiamo condiviso.
Facebook, Google e Amazon hanno ormai il monopolio di quanto accade online, da quello che compriamo, alle news che leggiamo, fino alle persone che seguiamo.
Subito dopo le elezioni del 2016, Tim Berners-Lee ha deciso che qualcosa doveva cambiare e ha iniziato a minare le basi della sua stessa creazione. Il web, che era stato pensato come uno strumento radicale al servizio della democrazia, ha finito per inasprire le disuguaglianze e ora il nuovo obiettivo del suo inventore è che tutti possano tornare a trarne beneficio.
L’idea di Tim Berners-Lee è semplice: decentralizzare nuovamente il web.
Insieme a un piccolo gruppo di sviluppatori, sta dedicando la maggior parte del suo tempo a Solid, una piattaforma che garantisce il pieno controllo dei propri dati.

Ci sono persone che stanno immaginando come il web potrebbe essere differente, come la società sul web potrebbe comportarsi in modo differente – spiega a Vanity Fair.
Cosa succederebbe se le persone avessero il pieno controllo dei loro dati?
Stiamo costruendo un nuovo ecosistema.

Per ora la tecnologia che sta alla base di Solid è ancora in fase di sviluppo. Ma il progetto, se prenderà piede, potrà cambiare radicalmente le dinamiche di potere che oggi dominano il web. Il sistema vuole offrire agli utenti una piattaforma dove potranno controllare pienamente i propri dati e i contenuti pubblicati, anziché lasciarne il controllo a Facebook e Google.
Il codice e la tecnologia di Solid sono aperti a tutti – chiunque abbia un accesso a Internet può entrare nella chat room di Solid e contribuire alla scrittura del codice.
Per un informatico collaborare con Tim Berners-Lee è come suonare la chitarra con Keith Richards. Ma più che lavorare al fianco dell’inventore del web, le persone partecipano perché ne condividono la causa. Sono idealisti digitali, sovversivi, rivoluzionari e chiunque voglia opporsi al controllo del web nelle mani di pochi.
Lavorare al progetto di Solid ha riportato Tim Berners-Lee al passato:

È ancora in una fase embrionale, ma lavorare sul progetto di Solid mi riporta l’entusiasmo e l’ottimismo che le fake news mi avevano fatto perdere.

Tim Berners-Lee non è però il leader di questa rivoluzione – per definizione, il web decentralizzato non può avere un leader – piuttosto è un’arma potente per raggiungere il nuovo obiettivo. Perché decentralizzare nuovamente il web sarà ancora più difficile che inventarlo: troppi e troppo importanti sono gli interessi economici e aziende come Google, Amazon e Facebook non si arrenderanno senza combattere.

Oggi, con metà della popolazione mondiale online, siamo a un punto di svolta: ci stiamo muovendo verso un futuro orwelliano dove un gruppo ristretto di aziende avrà il controllo sulle nostre vite? O siamo sul punto di creare una società online migliore, dove la libera circolazione di idee e informazioni permetterà di trovare nuove cure e di combattere corruzione e ingiustizie?
Sul sito della World Wide Web Foundation Tim Berners-Lee scrive:

Se è vero che i problemi legati al web sono complessi, dovremmo considerarli come un bug: problemi creati dalle persone, che possono essere risolti dalle persone.

Alla domanda cosa possono fare le persone che non si occupano di informatica, Tim Berners-Lee risponde:

Non sono necessarie competenze specifiche. Basta voler cambiare lo stato attuale delle cose e impegnarsi per farlo.

In altre parole, il giornalista di Vanity Fair conclude, è tempo di “rage against the machine”.
Sarà davvero necessario?

Photographs by Alfred Pasieka/Science Photo Library/Alamy (2014); From Getty Images (2001); From Hulton Archive (1971, Computer), by Pedro Ladeira/AFP (2013), Maurix/Gamma-Rapho (2016, both), Michael A. Smith/The Life Images Collection (1981), all from Getty Images; By Frank Peters/Shutterstock (1996); By Fototeca Gilardi/Superstock (1971, Worm).

Rispondi