Cervello umano e macchine

Per migliorare il cervello delle macchine dobbiamo capire il cervello umano. Cioè comprendere come funziona, come si sviluppa nel tempo, quali sono i fattori che ne determinano la strutturazione.

Questo, in particolare, è stato l’argomento della conferenza tenuta da Michela Matteoli nel corso dell’undicesima conferenza mondiale Science for Peace, organizzata dalla Fondazione Veronesi all’Università Bocconi di Milano. La dottoressa Matteoli guida l’Istituto di Neuroscienze del CNR milanese e insegna Farmacologia alla Humanitas University, di cui dirige anche il Neurocentre.

Il centro focale del discorso è la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello umano di rielaborare la propria struttura nel corso degli anni e in seguito alle nozioni e alle esperienze assimilate. Ogni volta che si apprende qualcosa di nuovo, il cervello modifica le sue sinapsi. Ma, per capire davvero quella cosa, e quindi per contestualizzarla, occorre un fittissimo reticolo di relazioni associative, causali, temporali e spaziali.

Conseguenza di ciò è che ci vuole un cervello particolarmente allenato e strutturato per giungere compiutamente ad un processo di induzione. O, in altre parole, per riuscire a carpire la regola generale da un insieme di elementi isolati, e utilizzare gli schemi imparati in un determinato contesto per affrontare un problema di natura analoga ma diversa. Che è esattamente ciò che non riesce a fare un computer.

Come riportato anche da Michela Matteoli, la soluzione non sta nell’aumentare i dati o le reti neurali, ma nel cambiare il modello in favore di una maggiore plasticità, “ovvero che riescano a prevedere un certo esito sulla base di dati che il sistema non ha mai incontrato, selezionando e approfondendo quanto hanno a disposizione. Esattamente come accade nel  cervello umano”.

L’unico modo per rendere intelligente una macchina è quindi, ironicamente, umanizzarla il più possibile.

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